Alice.

Per chi non conoscesse i fatti circa un mese fa Alice è stata arrestata per spaccio internazionale di sostanze stupefacenti.
Per Alice è stata disposta la custodia cautelare in carcere.
In compagnia dei suoi meravigliosi bambini.
Alice deve ancora essere giudicata per il reato di cui è accusata.
Alice è innocente fino a prova contraria.
Ma in attesa di quel giudizio ha gettato dalle scale la figlia di sei mesi e il figlio di un anno e sette mesi.
Li ha presi, li ha sporti oltre la ringhiera e li ha fatti precipitare nel vuoto.
La Legge prevede che l'esecuzione della pena per una madre con un figlio di età inferiore a dieci anni possa avvenire nella propria abitazione o in una casa protetta.
Ma Alice non ha un domicilio in Italia.
E l'inserimento in una casa protetta non sembra essere stato neppure considerato.
Questa non è una storia inventata.
Sono vite che si intrecciano davanti ai nostri sguardi.
Ed anche Alice come ogni altro essere umano è una storia complessa.


La banalizzazione della complessità è l'habitus che contraddistingue la contemporaneità.
Ma la complessità è reale e continua ad essere l'insieme delle scelte dei singoli che si sovrappongono e in un devastante effetto domino si interrompono bruscamente con la fine della vita.
Alice come Medea.
E come Medea in un istante ha forse pensato che l'uccisione dei suoi piccoli fosse l'unico atto inevitabile.
Un paradossale atto umano.
Un gesto di pietà.
Per liberarli dal male e dalla solitudine di una vita. 
Una vita in cui ogni azione è gravida di effetti assordanti.
Ed esattamente come per Medea l'infanticidio rischia di determinare per sempre la sua storia.
Nessuno potrà raccontare Alice al di fuori del suo gesto.
Nessuno vorrà raccontare Alice al di fuori di questo gesto.
Alice non è più una persona.
Alice è un agito.
Alice è un sostantivo.
E in questo modo tutte le incertezze e le perplessità possono essere escluse.
La semplicità della condanna morale nei confronti di una madre infanticida ci libera da qualsiasi responsabilità.
Rimane giusto qualche dubbio abbandonato nel commento ad un post su Facebook.
Forse è stato un gesto folle.
Forse qualcuno ha sbagliato e non ha capito.
Forse è colpevole.
Forse è innocente.
Forse le dovevano togliere i figli.
Forse dovrebbero chiuderla da qualche parte e gettare la chiave.
Forse a me non accadrà mai perché io sono una persona.
O forse anche a me potrebbe accadere perché anche lei è una persona.
Oggi, comunque, già commentiamo e giudichiamo altro.

Memento.
Le condanne sono per i semplici.

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